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Riccardo Chiaberge si diverte (Contrappunto, in Domenica 24 ore, p.1). Lasciamolo divertire mentre il suo onirico vaga beato nel territorio dei Beni Culturali nel quale trova noi alle prese (da qualche decennio) con i problemi terra terra di trasformare questi beni, da patrimonio da valorizzare in patrimonio valorizzato. Da quanto è nato il Ministero (prima per i Beni Culturali e Ambientali,

 ora per i Beni e le Attività Culturali) sento ripetere frasi diventate slogan: “i beni culturali saranno il petrolio del nostro paese”, “lavoriamo per la tutela,. la salvaguardia e la valorizzazione del nostro patrimonio storico artistico” e via sentenziando almeno dal 1975, primo anno di vita del Ministero. Il tutto in una realtà diametralmente opposta, rigorosamente fondata sui problemi storici dei beni culturali del nostro paese: tagli di fondi, mancanza di personale a fronte di un patrimonio immenso da “conoscere, tutelare, salvaguardare, valorizzare”. Per cui, non solo quel patrimonio non è mai diventato il petrolio del paese, ma viene vissuto spesso come un ramo secco, improduttivo, incomprensibile, tollerato e –talvolta- odiato allorquando, in nome della salvaguardia dei resti archeologici del sottosuolo, impedisce alla città di crescere. Un patrimonio tutelato ora da vestali, ora da prefiche. Vestali (alcuni fra architetti, archeologi, storici dell’ arte) pronti ad imbalsamare queste reliquie come resti antichi provenienti daun’ età dell’ oro perduta definitivamente. Prefiche (gli stessi), pronte a lamentarsi de musei chiusi, dei tagli in bilancio, dei fondi inesistenti. In questo quadro estremamente semplificato, si è inserita la mia proposta:  non nuova, né originale: mettiamo a reddito il patrimonio elaborando formule di concessione. Banalizzando: affittiamo. E affittiamo soprattutto quanto è conservato (spesso accatastato) nei nostri magazzini. Naturalmente, do per scontate assicurazioni preventive, contratti blindati sul trasporto, ispezioni periodiche del personale tecnico (non più vestale, né prefica, ma funzionario in senso stretto: che fa funzionare), fino alla riconsegna del bene o al rinnovo della concessione. Tutto questo era stato studiato da tempo e la legge lo consente: ricordo il dibattito portato fino al Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, negli anni 1988-1992, anni in cui facevo il soprintendente aggiunto prima a Ostia antica, poi a Roma.

Un’ operazione del genere consentirebbe di valorizzare il patrimonio seppellito nei magazzini dei musei: dagli oggetti archeologici ai quadri, dalle sculture a ogni altro bene non esposto.

Permetterebbe la diffusione di tratti della nostra cultura in quei paesi meno fortunati di noi possessori della più alta percentuale del mondo di beni culturali.

Limiterebbe l’ ansia di acquisto (spesso illecito) da parte dei musei alla ricerca di beni da esporre.

Conosco una alternativa, molto frequentata nella amministrazione pubblica: lasciare tutto come è.

Il che significherebbe perdere parti intere di patrimonio, recuperato alla cronaca, disseppellito dalla terra e riseppellito nei magazzini. Per perdere non intendo solamente non vedere. Ma anche soprattutto perdere in senso stretto: gli oggetti nei magazzini si degradano. Irrimediabilmente.

Concludendo. Chiaberge si è divertito a immaginare salotti nei quali schizzi di sugo volano verso opere d’ arte affittate dal sovraintendente e propone “pasta e broccoli”  alla mia salute. Ha fatto sorridere anche me e mi ha fatto tornare indietro nel tempo, quando alle elementari, mi prendevano in giro per il cognome terra terra. Ricordo una maestra severa che rimproverava i miei compagni tentando di impedire questi cachinni sul mio cognome. Impossibile: Broccoli evoca la pasta, il brodo, l’ odore di cucinato. Da allora fa parte del mio stipendio ascoltare e sorridere a freddure del genere in stile “Zelig”, ma senza splendore. Quella maestra suggeriva anche di scrivere “do” (voce del verbo dare) senza accento. Perché “dò” è la nota: Chiaberge non è venuto a scuola con me.