Replica a Salvatore Settis PDF Stampa E-mail

 Il presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici dedica una sua opinione ad una mia proposta (“La Repubblica, 19 novembre 2008, inserto, p. 1): mettere a reddito quanto è sepolto nei magazzini dei nostri musei. In realtà il presidente semplifica e scrive testualmente “Egli (il nuovo Direttore Generale per la Valorizzazione dei Musei”,

n.d.r.) potrebbe forse, al fine di far cassa, spedire quadri e statue nei salotti (secondo l’idea lanciata dal soprintendente comunale di Roma) o negli emirati arabi?”. In realtà la nostra opinione (mia e dell’Assessore alla cultura del Comune di Roma Umberto Croppi) non è nuova né originale e non contempla i salotti. Deriva dalle considerazioni sul nostro patrimonio storico artistico. Un patrimonio tutelato ora da vestali, ora da prefiche. Vestali (alcuni fra architetti, archeologi, storici dell’arte) pronti ad imbalsamare queste reliquie come resti antichi provenienti da un’età dell’oro perduta definitivamente. Prefiche (gli stessi), pronte a lamentarsi dei musei chiusi, dei tagli in bilancio, dei fondi inesistenti. In questo quadro estremamente semplificato, si è inserita la proposta. Banalizzando: affittiamo. E affittiamo soprattutto quanto è conservato (spesso accatastato) nei nostri magazzini. Naturalmente, do per scontate assicurazioni preventive, contratti blindati sul trasporto, ispezioni periodiche del personale tecnico (non più vestale, né prefica, ma funzionario in senso stretto: che fa funzionare), fino alla riconsegna del bene o al rinnovo della concessione. Tutto questo era stato studiato da tempo e la legge lo consente: ricordo il dibattito portato fino al Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, negli anni 1988-1992, anni in cui facevo il soprintendente aggiunto prima a Ostia antica, poi a Roma. Un’operazione del genere consentirebbe di valorizzare il patrimonio seppellito nei magazzini dei musei: dagli oggetti archeologici ai quadri, dalle sculture a ogni altro bene non esposto. Permetterebbe la diffusione di tratti della nostra cultura in quei paesi meno fortunati di noi possessori della più alta percentuale del mondo dei beni culturali. Limiterebbe l’ansia di acquisto (spesso illecito) da parte dei musei alla ricerca di beni da esporre. Conosco una alternativa, molto frequentata nella amministrazione pubblica: lasciare tutto come è. Il che significherebbe perdere parti intere di patrimonio, recuperato alla cronaca, disseppellito dalla terra e riseppellito nei magazzini. Per perdere non intendo solamente non vedere. Ma anche soprattutto perdere in senso stretto: gli oggetti nei magazzini si degradano. Irrimediabilmente. Lo sa il presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici?

Umberto Broccoli

Sovraintendente ai Beni Culturali del Comune di Roma