La dolce Olimpiade PDF Stampa E-mail

La dolce Olimpiade

 

Roma, tra Via Veneto e Villaggio olimpico.

25 agosto, 11 settembre 1960: finisce il dopoguerra.

Strade, stadi, quartieri… e Roma si fa bella.

Medaglia d’oro alla XVII Olimpiade. L’ultima Olimpiade dal volto umano.

Piccole e grandi storie di Roma dal boom agli anni Settanta.

 

Le mattine, con la radio e la televisione

 Era bella quella Roma.

Si ascoltava la radio e, a Roma, l’attesa era grande: nell’estate del 1960 arrivavano le Olimpiadi e Roma era un cantiere colossale. Si faceva bella, in attesa di essere guardata dal mondo: toglieva via quella patina di antico, ereditata dal dopoguerra, e rispolverava la modernità. Le strade strette sotto le mura antiche della città sparivano inghiottite dalle ruspe

e nascevano i sottovia. Occorreva una via di scorrimento veloce: ed ecco la via Olimpica. E, rifacendosi bella, Roma mandava in archivio certe consuetudini. Le passeggiate sul Pincio, sogno di generazioni di intellettuali, venivano ridimensionate. Prima si poteva passeggiare al Pincio, prendere il sole guardando le ragazze, e poi scendere con gli ascensori giù nella valle del Muro Torto. Qui, con il tranvai sarebbe stato possibile arrivare a Piazza del Popolo per l’aperitivo con gli artisti. Ma tutto questo sapeva di Bell’Epoque. E allora via! Largo alle strade a quattro corsie! Via i tranvai scomodi ed elettrici! Sostituire il tutto con autobus moderni, a nafta, con un tubo di scappamento grande come un cannone.

Con quelle Olimpiadi del 1960, Roma ripone in cantina l’aspetto che aveva nel dopoguerra e diventa una città moderna, capace di mettere da parte tram e filobus. Oggi, coperta di fuliggine fino ai tetti, cerca disperatamente di recuperare lo sferragliare pulito dei tram di una volta. Ma forse è un po’ troppo tardi.

Ricordo  un antefatto: la festa per lo stadio Olimpico il 16 maggio del 1953, quando Pio XII stesso si congratula e saluta chi ha costruito quello stadio. “Lo stadio Olimpico sembra che compia il volto dell’Urbe”, diceva il papa in quel maggio di tanti anni fa. Non so se quelle parole siano state ascoltate negli anni a venire. Il papa, allora, era ottimista quando diceva: “Facilmente si possono indicare in una città bene ordinata, a somiglianza delle membra del corpo umano, edifici che hanno funzioni particolari e diverse, ma tutti insieme formano quell’armonia di svariate attività, gerarchicamente disposte, che deve essere propria di ogni comunità sociale”. Era ottimista, perché in quella città di Roma ancora si poteva parlare di ordine architettonico più o meno rispettato. Era una città del dopo-dopoguerra, con tram e filobus carichi di gente e poche automobili per strada. Grandi periferie, ma anche grandi spazi verdi dentro la città. Era la Roma dei “nasoni”, le fontanelle sempre in funzione, dove era possibile vedere le donne prendere l’acqua e andarsene via, con le damigiane sulla testa, come nei paesi. Era la Roma delle contadine che arrivavano dalla campagna (“le pollarole”) per vendere porta a porta polli, uova, vino, olio e formaggi freschi, la Roma piena di preti vestiti da preti. La Roma delle schedine della SISAL e della Radio, sempre presente nella vita quotidiana degli italiani…era la Roma dello stadio Olimpico come un catino sotto il sole delle domeniche fredde, ma calde di dicembre…

Invece, in quella estate del 1960, di mattina, si ascoltava la radio e, alla radio, la sigla di Radio Olimpia. Ecco il discorso inaugurale di Giulio Andreotti, al Villaggio olimpico a Roma. È lunedì 25 luglio del 1960. I radiocronisti sono Nando Martellini e Paolo Valenti. Sono le 14:45. Per radio, Andreotti parla di pace: giustamente, perché la pace si invocava sempre ad ogni Olimpiade. Era l’ekecheiria, la sospensione di tutte le guerre durante le gare olimpiche nel mondo greco.

 “Per il funzionamento di questa organizzazione, la RAI-TV radunerà a Roma, durante i Giochi, tutti i suoi redattori sportivi, i radiocronisti, i telecronisti e oltre 500 tecnici, 60 interpreti e 10 commentatori-guida giornalisti. Il materiale necessario (magnetofoni, microfoni, telefoni, ecc.) peserà alcune tonnellate”. Parola di Guglielmo Moretti. Ci si riferisce  all’impegno della RAI (e, in particolare, della radio) per le Olimpiadi di Roma del 1960. Moretti presenta Radio Olimpia, la trasmissione di Nando Martellini e Paolo Valenti, in onda da lunedì 5 ottobre 1959 sul Secondo Programma. L’occasione è realmente unica, non solo per la radio, ma anche per la televisione. Tra i vincitori della XVII Olimpiade di Roma c’è senz’altro la RAI: da quella esperienza deriveranno successive “sperimentazioni” e moderne trasmissioni, come quella del telecronista impegnato a raccontare un avvenimento, ma che può controllarne altri con il monitor: in nuce c’è la formula di Tutto il calcio minuto per minuto e Guglielmo Moretti è fra i protagonisti di quella piccola grande rivoluzione. Nell’Italia di Coppi contro Bartali, nell’Italia della Cinquecento a rate, nell’Italia delle vacanze in Versilia, del nuovo consumismo, di Carosello, delle case-chiuse chiuse, dei mobili svedesi, delle donne di servizio in cucina a mangiare, delle latterie con le bottiglie del latte di vetro chiuse dalla carta stagnola, del grembiule nero a scuola, delle storie clandestine con la segretaria, delle vacanze di tre mesi per la moglie, del calciobalilla e del juke-box, della brillantina sui capelli, di Sanremo, di Nilla Pizzi, della automobile decappottabile, di Fred Buscaglione, dei miti americani, del rock and roll, del terrore dei cosacchi a San Pietro, delle casalinghe con la retina della spesa da cui usciva la bottiglia del latte o del vino, dei mobili bar con la radio incorporata, delle sigarette, delle gare fra Vespa e Lambretta, di Macario, dell’avanspettacolo, di Alberto Sordi, dei cinema parrocchiali, delle messe alla domenica mattina, delle...la ricordo bella, quella Roma del 1960.

Faceva caldo in quell’estate. Faceva caldo per tutta la gente arrivata in città. Quanti ragazzi atleti. Quanta gente! Si discuteva sull’aeroporto nuovo, in costruzione a Fiumicino. Un aeroporto moderno, con tante piste, simbolo della dimensione internazionale di Roma in quel 1960. In quelle mattinate preolimpiche si stava a casa aspettando le gare e creando correnti d’aria per respirare. E si guardava la televisione, di mattina. Sì, proprio di mattina. Era un’eccezione. Normalmente di mattina, negli anni Sessanta, la televisione non trasmetteva alcunché. Ma d’estate no. D’estate andavano in onda vecchi film: quasi un passatempo per i ragazzi, a casa dalla scuola. Anche questa, se vogliamo, era una trasgressione. Di inverno difficilmente si poteva guardare la televisione di sera. Il giorno dopo c’era scuola e il tempo massimo consentito era la fine di Carosello: dopodiché le trasmissioni diventavano un fatto per adulti. Invece, d’estate, rinunciando ai giardinetti, tutti noi potevamo pareggiare il conto con i compagni più fortunati, in piedi anche dopo Carosello perché figli di genitori tolleranti. Quei compagni che ci facevano morire di invidia, prima dell’inizio della scuola, raccontando la trama del film visto la sera. Spesso, d’estate, alle dieci di mattina, andava in onda Audrey Hepburn, portata in giro per le strade di Roma sul sellino di una Vespa.

E, allora, se ti affacciavi alla finestra, non notavi una grande differenza. I tram ancora in servizio assieme ai filobus verdi e neri, i sampietrini, poche automobili agli incroci, persone a passeggio con vestiti di Terital Italiano, preti e pizzardoni con il cappellone.

Oggi la città ha cambiato colore. Il colore degli autobus e dei taxi, per esempio: prima verde e nero, oggi grigio e bianco. A piedi vanno solamente turisti vestiti di stracci. Il resto è in automobile o in motorino.

Non è solamente nostalgia dell’infanzia. Ma quel verde e nero degli autobus e dei taxi era un’altra cosa. Riusciva a rendere piacevole anche la 600 multipla, una delle automobili più brutte della storia. Brutta, ma capiente e usata da molti tassinari romani.

 
 Traguardi, arrivi, partenze

Piovono successi in quei primi giorni di settembre sulle maglie azzurre dei nostri atleti. Finiranno al quarto posto con 13 medaglie d’oro, 10 d’argento e 13 di bronzo. 36 in tutto. Un trionfo. Il 3 settembre, sabato, la finale tra Italia e Ungheria di pallanuoto: nasce il mito del Settebello.

Mentre trionfano gli azzurri nella XVII Olimpiade, lui, Mario Riva, se ne va in silenzio. Sono le 23:20 di giovedì primo settembre. A 47 anni, in una tenda ad ossigeno dell’ospedale di Verona. Resterà sempre il suo sorriso, simbolo dei risvegli nei giorni di festa, alla mattina, quando nelle strade di quella Roma olimpica circolava l’odore del luppolo della birra, del caffè tostato, del pane fresco, e ci si fermava fuori dal negozio del barbiere per guardare girare la sua insegna bianca e rossa respirando profumo di lavanda e brillantina, quando domenica è sempre domenica…

Del resto questa è la vita. Sabato 3 settembre 1960, Livio Berruti corre i 200 metri ed entusiasma la folla. Proprio mentre il corpo di Mario Riva viaggia lentamente in furgone verso Roma. Domenica 4 settembre i quotidiani festeggiano Livio Berruti e piangono Mario Riva. In tutti e due i casi, centinaia di migliaia di romani partecipano per strada. La prima pagina de «Il Messaggero» mostrava, di domenica, 4 settembre 1960, la fotografia dei 250.000 in piazza per salutare Mario Riva, e quella di Livio Berruti che trionfava sui 200 metri.

Tutto questo nella Roma della dolce vita, delle monetine lanciate nella fontana con la speranza di tornare. La stessa speranza sussurrata da lei, dalla gazzella nera, Wilma Rudolph, ragazza nera e d’oro.

Si parlava di loro delicatamente, con la discrezione del periodo. Di lei, gazzella nera, malata da piccola di poliomielite, la ragazza più veloce del mondo. E di lui laureando, intelligente, apparentemente distaccato dal mondo dello sport e più legato ai libri di testo. Lui, Livio, ventuno anni. Lei, Wilma, un anno di meno. Loro due, per mano, in quella Roma appassionata della XVII Olimpiade.

“Mi chiamò e mi chiese se volevo fare uno scambio di tuta con lei. Ci furono i soliti convenevoli che cercai di affrontare nel mio stentato inglese. Poi lei mi prese per mano e andammo in giro per il Villaggio olimpico come due fidanzatini. Ci siamo poi incontrati in qualche meeting di atletica, ma Wilma aveva un brutto vizio: ogni tanto si sposava”.

Questo diceva di lei Livio. E tutti parlavano di quella storia mai nata: dolce come era dolce la vita di quell’estate romana.

E ci si avvicinava al Villaggio olimpico, nella speranza di incontrare qualche atleta. Nel Villaggio, le donne erano tenute rigorosamente separate dagli uomini, in quell’Italia formalmente moralista e sostanzialmente trasgressiva. Purché non si sapesse in giro.

E loro due camminavano insieme: lui, lo studente ventunenne con gli occhiali neri come la pelle di lei, la più veloce ventenne, veloce come il vento.

Era la Roma uscita di corsa dal dopo dopo-guerra, spinta dalla forza di tutti quei ragazzi arrivati per gareggiare.

Ci avvicinavamo in bicicletta, discretamente, sperando nella possibilità di incontrare loro due, visti passeggiare per mano, sotto gli occhi di tutti, indifferenti alle parole di tutti: in una Roma con il sapore del suo passato, ma colorata di futuro. Piena di ragazzi di tutto il mondo, guardata da tutto il mondo.

E se si dovesse prendere un’immagine di quella Roma, proporrei senza dubbio quella: di lui e di lei, per mano e vicini, lontano dalle parole di tutti, mentre intorno volano passeracci e colombi verso le nuvole chiare di quei pomeriggi olimpionici.

“Con Wilma muore una parte di me. Muore lo sport come gioia”.

Con queste parole lui salutava lei, nel 1994, quando la Gazzella, a cinquantaquattro anni, se ne è andata veloce verso il più raggiungibile, il più inevitabile dei traguardi.

Lasciandoci dentro quella malinconia sottile, legata ad un ricordo profumato di antico e colorato di cielo sereno.

  

Cartoline e fotografie

 Roma si è data la cipria. Ha aspettato le Olimpiadi per rifarsi il trucco. Con il belletto olimpico, la forma architettonica di Roma esce dal periodo postbellico. Si costruisce un quartiere intero destinato a ospitare gli atleti: oggi, in quel quartiere, vivono centinaia di famiglie. E i loro figli, nati molto dopo il 1960, forse non sanno nemmeno perché la loro casa è costruita in quella maniera. Una forma strana, a metà strada fra l’architettura nordeuropea e le scatole dei biscotti.

Roma, la città eterna. Era tutta pulita, restaurata, programmata per farsi vedere bella dal mondo. Lei, di gran lunga la più bella città del mondo. E fu assolutamente all’altezza, proponendo scenari irripetibili. Come dimenticare la corsa di notte, passando accanto al Colosseo illuminato? Come non ricordare quei ragazzi a passeggio per le strade di una Roma generosa, oramai lontana dalle cicatrici della guerra? Anzi, proprio la XVII Olimpiade rimarginò e nascose per sempre tutte le ferite lasciate ancora aperte dal dopoguerra. L’aria era scintillante. I tramonti sembravano più rossi e la vita era dolce, rappresentata come era anche dalle pellicole cinematografiche. A colori, Romolo Marcellini girava un film dell’Olimpiade, aperta di corsa da Giancarlo Peris, di Civitavecchia, l’ultimo tedoforo, l’ultimo portatore di fiaccola in corsa verso il tripode olimpico, collocato lassù, in alto, sul balcone centrale del Palazzo del Campidoglio. Si potrebbe parlare delle imprese di Livio Berruti, di quelle di Nino Benvenuti, dei successi del Settebello della pallanuoto o dell’esordio in nazionale olimpica di un certo Gianni Rivera. Ma adesso ci va di ricordare proprio lui: Giancarlo Peris, atleta di Civitavecchia, ultimo portatore della fiaccola olimpica fino al tripode.

Correva, emozionato. Correva e mai si sarebbe sognato di essere l’uomo più applaudito quel giorno. Applaudito dalla folla, dalle autorità, da tutti gli altri atleti che in lui non potevano vedere un rivale ma un amico, un compagno, un alleato, un rappresentante. Corri Giancarlo, corri. Corri nel nome di uno sport di dilettanti: e tu, da dilettante, porti quella fiaccola in mano. Sudi, fatichi, ma non lo dai a vedere. Corri Giancarlo, corri: non hai vinto nulla. Eppure tutti ti battevano le mani. E - ricordo - quando sei arrivato su, dopo i 92 gradini, la tua faccia era bagnata. Di sudore, pensavano da casa. Ma, scommetterei, anche di lacrime: non è facile correre da solo, con l’emozione che ti insegue e cerca di sorpassarti quando rallenti per guardarti attorno e scoprire di essere osservato da migliaia di persone. Corri, Giancarlo. Corri con la tua fiaccola in mano. Tieni lontana da te l’emozione, non ti far sorpassare! Dai coraggio, ce l’hai quasi fatta! Sali quei due ultimi gradini! Attento, Giancarlo: l’emozione ti sta sorpassando! Attento.

Pazienza Giancarlo. L’emozione ti ha superato: troppi occhi a guardare due gambe sole. Troppo pesante quella fiaccola leggera. Pazienza: sei arrivato secondo dopo l’emozione. Pazienza, Giancarlo.

Pazienza Giancarlo Peris, ultimo portatore sano di fiaccola olimpica. Dopo di te e dopo quella Olimpiade, i tedofori non saranno più seguiti soltanto dall’emozione. Ma dopo di te, inizierà a correre anche il denaro accanto alla fiaccola. E correre diventerà un affare: come correre in borsa. E, si sa, in borsa non è importante partecipare, ma vincere.

 

 L’11 settembre: il futuro (anteriore)

 Così bella per così poco tempo: da giovedì 25 agosto a domenica 11 settembre 1960. Tre settimane di sogni olimpici in quella Roma da cartolina. Si apriva un decennio di speranze realizzate, tutto sommato. Si parlava di boom, l’economia riprendeva, l’italiano medio vedeva il benessere sempre più da vicino e con quelle Olimpiadi, almeno a Roma, il dopoguerra diventava un fatto archiviato. E, infatti, il conflitto era stato dimenticato. Si viveva il clima della guerra fredda tra URSS e USA ma, tutto sommato, nessuno credeva veramente alla possibilità di riarmarsi ancora una volta. Erano anni ricostruiti, con la scoperta del gusto di andare in vacanza, con la voglia di seconda casa, seconda automobile e di…seconda famiglia. Erano anni spensierati.

È strana la Storia. Dodici anni dopo, nello stesso giorno (l’11 settembre) si chiudono le Olimpiadi di Monaco. E siamo all’inizio degli anni Settanta. Anni forti, crudi, di contrapposizione politica, di schieramenti ideologici. Inizia quel periodo in cui poteva essere un problema vestirsi: indossando un cappotto di Loden si correva il rischio di essere presi a bastonate sinistre, perché fascisti. Se si indossava un Eskimo si rischiava di essere presi a bastonate destre, perché comunisti.

Circolare con un quotidiano indipendente (ma stimato di destra) sotto il braccio, veniva immediatamente notato e, se necessario, sottolineato con provocazioni. E così per un quotidiano analogo di sinistra. E le città erano divise in zone di influenza, come nel medioevo. Nel medioevo i quartieri cadevano sotto la giurisdizione ora di questo, ora di quel signorotto; negli anni Settanta gli stessi quartieri rientravano sotto l’influenza ora di questa, ora di quell’altra sezione di partito contrapposto.

I colori di Roma, di Milano, di Palermo, come di ogni altra città italiana degli anni Sessanta, si erano stemperati, e dal benessere si era passati ad un malessere diffuso. Un’aria grave e la gente, in quell’inizio di anni Settanta, camminava veloce, per strada. Quasi ad evitare un problema che, prima o poi, sarebbe arrivato. Finiscono le Olimpiadi del 1960 e finisce anche il modo di salutarsi per strada, con un sorriso, mettendo mano al cappello di fronte ad una signora.

L’11 settembre 1972 si chiudono i Giochi olimpici di Monaco. Un attentato terroristico sigilla la manifestazione e trasforma tutto in violenza. Iniziano gli anni Settanta. È un simbolo: le Olimpiadi di Roma si chiudono fra colombi e passeracci in volo. Quelle di Monaco, con gli elicotteri dell’antiterrorismo. 11 settembre 1972: è finito un mondo, per lasciare posto ad un altro. E quel mondo ha perso il sorriso.  

Ultimo aggiornamento Giovedì 23 Dicembre 2010 12:08